‘Attenti all’intrusa!’ e a dove mettete le cose.

Amo la Kinsella, lo sapete già, non ne ho mai fatto mistero, questa però è una storia un po’ diversa.

Ho riso, ho sorriso, ho pensato, sì, come al solito, ma per parecchie pagine ho creduto di aver sbagliato libro, mi sembrava pieno di cliché.

Sembrava. 
Sì.

Ma Sophie Kinsella è una certezza stilistica e di genere, quindi sono andata avanti fiduciosa. Incredula ma fiduciosa.

Le prime 100 pagine hanno un ritmo blando, (azzarderei un quasi troppo) poi la storia decolla, o forse sono decollata io.

Leggerezza, ironia, scene comiche e pensieri profondi, perché i libri leggeri non sono mai leggeri.

Effie è buffa, come ogni protagonista della Kinsella, piena di certezze che si riveleranno tutto tranne che certezze. La sua famiglia è strampalata come quella di chiunque, dove le cose non sempre si dicono, dove a volte non si capiscono anche se dette. Segreti che durano sempre troppo creando quella grande confusione che fa tanto trama di un libro. Sophie sa come tenere i suoi lettori attaccati alle pagine anche se all’inizio ho vacillato.

Un weekend di festa che per la nostra piccola intrusa diventerà qualcosa di ben diverso.

Una moderna Eva Kant per il look, con la musichetta di Mission Impossible come sottofondo e tutto quello che può andare storto. E tutto per cercare le amate bambole russe. 

Una casa dei ricordi, un obiettivo chiarissimo, una famiglia a rotoli. Ma forse è solo un gomitolo e può riavvolgersi.

Morale?
Il mulino bianco non esiste e non serve un romanzo per capirlo, basta vivere.
I rapporti sono quella cosa che da fuori vedi bianchi e se li vivi vedi neri.

Insomma, tra incomprensioni, dubbi e affetto questa storia mi ha portata alle ultime pagine con un sorriso amaro, perché è facile farsi idee senza sapere, troppo facile giudicare e ancora più facile pensare che la nostra sia l’unica visione delle cose.

Facile, appunto, mica giusto.

Ah sì, c’è anche l’ex della nostra protagonista, con quel pizzico di romanticismo che scatena sempre in me una sorta di tifo da stadio.

Un libro per chi ha voglia di immergersi in atmosfere bucoliche, dimenticare gli stereotipi (ci vorrà qualche pagina) e scoprire che l’amore è qualcosa di semplice, anche quando sembra serva una vita per trovarlo.

E voi, dove avete nascosto le bamboline russe?

‘Gelosia’, quando il freddo diventa brivido.

Amare i thriller, amare i paesi nordici e non aver mai letto Jo Nesbø è davvero qualcosa di imperdonabile.

Ho rimediato.

L’ho fatto con Gelosia, ne sono stata attratta in libreria, la copertina mi ha stregata.

Il contenuto? Poco più di 250 pagine eppure un brivido lunghissimo. Inaspettato.

Curiosi?

Sono racconti, alcuni brevissimi, altri più corposi, racconti in cui l’animo umano si palesa con quella durezza e sfrontatezza che lascia impietriti.

Non so nulla di Nesbø se non quello che hanno scritto altri quindi non mi addentro in prosaiche filippiche sul suo modo di raccontare, mi limito a dire che ho una voglia matta di leggere altro scritto da lui. E come primo approccio direi non male.

Gelosia è un libro in cui si vive la passione all’ennesima potenza, non sempre i sentimenti profondi restano confinati in un cuore caldo, a volte capita che creino mostri, anche se non si vede.

Nesbø racconta il momento in cui qualcosa nel cervello fa click, un ingranaggio che mette in moto tutto un susseguirsi di avvenimenti che finiranno per buttare qualcosa o qualcuno giù da una scogliera. A volte noi stessi.

Un clima cupo, personaggi criptici e quella piacevole aura di angoscia che mi piace tanto trovare in un libro. Ecco cosa c’è in Gelosia.

Un mostro dietro l’altro, ossessione dentro ossessione. Percorsi sottili, emozioni viscerali, incapacità relazionali e un velo di spietata voglia di essere gli unici, e no, non brillando ma esplodendo rovinosamente su tutti gli altri.

Jo Nesbø ha una scrittura fatta di suggestioni, magnetica e imprevedibile.

E voi, avete voglia di un brivido sottile?

‘La memorabile difesa di una figlia di buona donna’. Leggere attentamente le emozioni.

Sono su twitter dal 2014, una delle prime persone che ho seguito è stata Federica Caladea, l’ho sempre letta con piacere, ci seguiamo reciprocamente da così tanto tempo che mi sembra di conoscerla davvero, le magie dei social.

Sapete però che per me la vera magia la fanno i libri e avere tra le mani il libro di Federica è stato emozionante già di per sé.

Complice la mia laurea in legge e la mia infruttuosa pratica forense (sono solo dottoressa ma ho bazzicato nei corridoi dei tribunali per qualche anno con sommo gaudio) l’idea di leggere la storia di Diletta Valli, giovane avvocato, mi incuriosiva parecchio.
Sono stata felice di averlo fatto e ora vi racconto perché.

No, niente sinossi, quarta di copertina, riassunto, prosa, bigino, qui io vi parlo di sensazioni ed emozioni.

Federica Caladea racconta una storia avvincente e lo fa con quel piglio di chi sa cosa sta facendo e lo sa fare bene, mano sapiente e tratto felice; il caso che la nostra giovane avvocatessa segue è attuale, intrigante e ricco di suspense.

Bologna e Lucio Dalla comprimari di livello.

La scrittura è pulita, diretta e l’autrice ci presenta una protagonista che il lettore non potrà che amare (destino balordo per una che non vuole legami :))
I personaggi sono ben strutturati, ricchi di dettagli emozionali che permettono a chi si immerge nella lettura di entrare nella storia con vigore.

Diletta ha dei sogni, qualche crepa interiore e diverse certezze che a un certo punto si sgretoleranno.

No, nessuno spoiler, non mi permetterei mai. Diletta e Marco vi faranno capire tante cose e non solo sui farmaci e i loro effetti collaterali.

E poi c’è lei, una donna forte che cucina dolci sublimi ma non vi dico nulla, ve ne parleranno le pagine, e lo faranno con il cuore.

Un mondo corrotto, una potenza granitica e tanti valori. Una lotta all’apparenza impari.
Una passione inaspettata e un caso importante quanto pericoloso, ecco gli ingredienti che Federica Caladea riesce a utilizzare per un manicaretto che si gusta in 340 pagine.
Un libro perfetto per chi ama quel pizzico di tensione e non disdegna una spolverata di cuore.

Insomma, un libro da leggere.

Grazie Federica per avermi tenuto compagnia e alla prossima, perché deve esserci una prossima:)
E voi? Siete già partiti per Bologna?

‘Piccolo inventario dei saluti’, leggere per sentire.

‘Piccolo inventario dei saluti’ è un libro che ho dovuto leggere in due riprese perché arrivata a metà ho smesso di respirare.

Questa non è una storiella, una di quelle cose che si legge così per occupare il tempo. Questo è un libro che ti tocca le viscere, un racconto umano, intenso e sincero.

La maternità non è tutta cuore e abbracci, la maternità è un salto nel buio che mette in evidenza paure inconsapevoli, che l’inconscio fa tutto quello che deve fare senza avvertire.

Un salto che può diventare schianto.

Un buio che può restare notte.

Carla Corsi ha scritto qualcosa di delicato e profondamente toccante.

Un flusso di coscienza, lettere scritte da Agata a Nina, da madre a figlia.

Una mamma con un passato ingombrante fatto di solitudine, di silenzi, di ricerca di un equilibrio che non arriva mai.

Una storia che ho sentito in profondità, che ho, scusate la superbia, capito.

La scrittura è sincera, esplosiva in alcuni punti, tanto coinvolge. Carla Corsi ha messo su carta sentimenti contrastanti, paure, dolori e ne ha fatto poesia.

A fine lettura mi è rimasto sul viso un sorriso, quello svanirà tra un po’ ma quello nel cuore no, quello resterà.

Grazie Carla.

E voi, cosa state aspettando a fare un salto nella testa di Agata?

‘L’eleganza del riccio’, altro che filtri.

Sì, siamo abituati ai post, alle storie, a immaginare che quello che vediamo sia quello che è e invece no, non lo è sui social e nemmeno nella vita, che apparire non è essere.

Sì, sapete come la penso, mi sono espressa sul punto svariate volte, sono quella che non ama i filtri nelle foto e ancora meno nelle parole.

Sì, la prendo larga ma arrivo al dunque.

Il libro che mi ha fatto compagnia in questi giorni mi è piaciuto molto. Un libro accostato a ‘Cambiare l’acqua ai fiori’, diciamo che se non fosse per il francese e la casa editrice non vedrei questo grande parallelismo ma forse perché quello della Perrin mi ha straziata e quindi no, non assomiglia a nulla, per me, è. Punto.

Renée e Paloma sono le nostre due voci narranti, una portinaia che vuole sembrare una portinaia piena di cliché e una dodicenne ricca e acuta che invece vuole farla finita con un mondo che non le sta lasciando nulla.

La scrittura è scorrevole ma non semplicissima, qualche virtuosismo elitario, una buona dose di ironia e la voglia di denunciare una sorta di classismo fastidioso e così démodé.

Le protagoniste sono riservate, hanno un animo delicato e un amore incredibile per l’arte, in ogni sua forma.

Due figure che potrebbero svettare su tutti per acume e che invece si uniformano, si lasciano schiacciare fino a confondersi con la tappezzeria.

Un libro dove gli stereotipi prendono il sopravvento lasciandoci la possibilità di riflettere su quello che la società ci propina e come noi decidiamo di affrontarlo.

Muriel Barbery ha scritto una storia all’apparenza semplicissima e invece, come le sue stesse parole ci insegnano, sotto sotto c’è qualcosa di profondo e prezioso.

Una storia di cui potrei parlarvi in maniera profusa togliendovi però la possibilità di immergervi in dubbi, contrasti e qualche attimo di fastidio, che la superficialità, quando domina, è devastante.

Una lettura piacevolmente intensa.

Un libro che mi sento di consigliare a chi ha voglia di farsi domande, cercare risposte e riflettere sulla vita.

E voi, siete davvero quelli che gli altri pensano voi siate?

‘La canzone di Achille’, quando l’amore dura per sempre.

Ho amato ‘Circe’ e con ‘La canzone di Achille’ ho capito che Madeline Miller fa decisamente per me.

So che tanti, al solo nome di Achille, pensano a Brad Pitt in vesti succinte con bicipiti in mostra, è successo anche a me, ma qui la storia è diversa. In primis perché non è un film.

Ma andiamo con ordine, che lo sapete, mi piace mettere i puntini sulle i.

Voce narrante quella di Patroclo, tema del libro un amore forte, profondo. 

La Miller ha questa meravigliosa capacità di rendere tutto leggero, etereo, sottile, anche quando la storia è drammatica dall’inizio alla fine.
Quindi, dicevo, un amore vero, passione, tenerezza e quella gloria che uccide ma che rende immortali.

Achille ha gli occhi verdi, i capelli biondi e un cuore dolce nonostante sia una macchina da guerra, incontra il nostro Patroclo da bambino e da lì inizia un rapporto che durerà per sempre, anche se il ‘per sempre’ in questa storia sembra durare troppo poco; ma si sa, gli Dei fanno come vogliono con le ‘pedine’ chiamate uomini. Fanno e disfano e riescono persino a cambiare idea, leggere per credere 🙂

La scrittura è, come accennato sopra, delicata e avvolgente, Patroclo è tutto cuore, Achille anche, se solo non fosse per quel destino segnato. (E per qualche attimo di ego smisurato, ma parliamo di Achille, se non può lui, chi mai?)

Insomma, sapevo come sarebbe andata a finire prima ancora di iniziare eppure lo struggimento è stato inevitabile. Libri: magia e potere a portata di cuore.

Gli ingredienti di questo libro sono il fascino innato della mitologia greca e la sapiente mano di Madeline Miller, il sapore è zuccherino e lascia in bocca la voglia irrefrenabile di un’altra avventura tra il monte Olimpo e la casa dei mortali.

Confesso di aver avuto voglia di mettere le mie mani sulle spalle possenti di Achille per scuoterlo, violentemente, per una quarantina di pagine ma Patroclo mi ha placata con il suo animo splendente. Perché qui è lui che brilla.

Quindi sì, un libro che consiglio a chi ha voglia di mettersi a ripercorrere un amore viscerale che viene raccontato con un linguaggio moderno e con un trasporto tangibile, perché certe storie sono eterne.

E voi, da che parte state? Io da quella di chi ama. 

‘I leoni di Sicilia’, quando un luogo diventa cuore.

I leoni di Sicilia è stata la mia lettura estiva, lo so, leggo sempre tanto e poi in agosto latito, ebbene sì, mi sono dedicata ad altro, capita. Comunque non avrei potuto scegliere libro più adatto per la mia settimana a San Vito lo Capo.

Ma veniamo alla recensione che le mie vacanze non sono in discussione:)

La storia è avvincente, sentita, passionale.

Un amore per la famiglia, il lavoro, la voglia di emergere.
Una storia di riscatto.

La scrittura è pulita, anche se i pezzi in dialetto per me sono stati un problema, non sono tantissimi ma hanno rallentato la mia lettura, quindi sì, una nota a piè di pagina a me sarebbe servita.

La storia scivola via velocemente per le prime pagine poi si siede un po’ per riprendersi alla fine.
Il ritmo l’ho trovato altalenante, spinte e poi frenate, che se non reggi bene l’andatura il mal di mare è inevitabile.

I personaggi sono ben dettagliati, non mancano particolari e sfumature, fondamentali per permetterci di immergerci nelle calde acque siciliane.
Nota da non sottovalutare i nostri protagonisti non spiccano per elementi positivi, anzi, vengono messe in luce solo caratteristiche negative, scelta stilistica, ovvio. Però questa cosa mi lascia perplessa, lo ammetto. 

Ignazio prima, Vincenzo poi sono precursori dei tempi, visionari, uomini con idee che vanno ben oltre gli anni che hanno vissuto. Caratteri forti, diversi eppure simili, dove l’amore tace ma si sente benissimo.

Giuseppina e Giulia due donne tenaci e piene di passione, poco conta che sia per un uomo o per un sogno chiamato casa.

Un libro che per alcuni tratti parla di devozione, di stoico sacrificio in ragione di qualcosa che va oltre il farsi valere.

L’autrice, Stefania Auci, ha approfondito la storia da ogni punto di vista, bello avere sempre un contesto chiarissimo, meno bello quando sembra si voglia raccontare la storia della Sicilia in luogo di quella dei protagonisti.
Ma forse mi aspettavo una saga familiare più ‘saga familiare’.

La lettura è stata piacevole, non fraintendiamoci, decisamente piacevole e leggerò il seguito, solo non mi ha coinvolta al 100%.
Ma lo sapete, chiedo tanto a me stessa e altrettanto ai libri. Non sono quella che abbassa l’asticella, anzi. 🙂

Quindi, avete un biglietto per Palermo, cosa state aspettando? L’imbarco è aperto.
Io sono andata e tornata.
E voi? 
Pronti?

‘Pastorale americana’, fermi tutti scrive Roth.

Pastorale americana è un libro che merita una lettura. Decidete voi quando e come, ma fatelo. Non ve ne pentirete o forse sì, perché Roth non piacerà a tutti ma secondo me ci si può sentire più ricchi, indipendentemente dalla soddisfazione dopo la lettura. Volete sapere perché? Bene, ho voglia di dirvelo.

Avevo già avuto un primo approccio con Philip Roth leggendo Inganno ma qui siamo davanti a tutt’altra lettura. Tutt’altro tema.

La mano è inequivocabile, dettagli e cura, delle parole, dei personaggi, dei tempi. 

Ci sono passaggi più lenti e passaggi più ritmati, ma non veloci, perché Roth è ripetitivo, bene dirlo subito, ripetitivo ma mai noioso.

Il nostro protagonista è ‘lo Svedese‘, in queste 450 pagine abbiamo modo di sapere tutto della sua vita, anche quello che non sa nemmeno lui.

Un’esistenza di successo, un amore viscerale per l’America, per quello che rappresenta, che è e vorrebbe essere. Un libro di disillusione, di salita al cielo e di caduta negli inferi. Una figlia, Merry, che crede in qualcosa fino a farne una missione. E l’America? Può questo luogo di rinascita, di libertà, essere davvero il Paese che ha invaso e devastato il Vietnam? 

Una storia forte, che impegna la testa, che lascia che l’empatia prenda il sopravvento, perché lo Svedese mi è sembrato così reale, nei suoi sogni, nei suoi ideali, nel suo risveglio, da fare quasi male. No, nessuna commozione ma tante frasi che restano dentro, che scuotono, che si fanno strada.

Un libro che non lascia indifferente, che tocca corde profonde con un gusto e un modo di comunicare diretto nonostante l’autore sia a tratti pomposo, scrive e riscrive ma sa farlo molto bene. Roth dice quello che deve dire, piaccia o meno, ti mette in faccia la realtà. Soffri? Ben venga, sei vivo.

Una storia significativa sotto diversi punti di vista, io posso solo parlare per me e vi dico che mi porto a casa un quadro pieno di tante cose belle nonostante il castello di carta sia rovinosamente caduto.

La perfezione non esiste, il politicamente corretto nemmeno, esistono persone che fanno quello che fanno per credo, convinzione, amore e odio. Sbagliano e si fanno male. Vivono come possono, a volte persino come vogliono.

Un libro che dichiara guerra all’ipocrisia e che strizza l’occhio a chi crede di conoscere il prossimo, ciao, illusi. 

Ah, preparatevi a imparare tutto, ma proprio tutto, su come si fanno i guanti, capirete leggendo.

E voi, cosa pensate di Roth?

‘La spinta’, un colpo ben assestato.

‘La spinta’ di Ashley Audrain è un pugno nello stomaco. Un pugno fortissimo. Sento ancora le viscere contrarsi per la botta. Tremo per l’impatto.

Un esordio di quelli che ti fanno dire: amo leggere per libri così.

La storia è drammatica, straziante, intensa.

Una donna che diventa madre si mette a nudo e racconta il buio che pervade la propria famiglia.

Il fil rouge è la maternità, i diversi modi di essere madre, di vivere i figli. Ma non solo. Aspettative, stereotipi e paure. Sospetti. Odio a tratti.

In questo libro, classificato come thriller ma che forse non lo è pienamente, c’è molto altro.

Forse qualcuno con un demone dentro.

I capitoli sono brevissimi, cosa che aiuta il ritmo della lettura già velocissima di suo. Perché la scrittura è estremamente pulita e il flusso di coscienza scorre rapido.

L’autrice ha la capacità di buttare il lettore nella storia e poi di recuperarlo alla fine. Nel mezzo 340 pagine di apnea.

Qualche salto temporale, tante cose non dette che riemergono. Sensazioni a fior di pelle. Suspense. E tante riflessioni. Da mamma ho avuto i brividi, lo ammetto.

Un libro che ho apprezzato molto per il tatto con cui affronta cose che non si è soliti affrontare.

La nostra protagonista, Blythe, ha un passato pesante e un presente tortuoso. Nel mezzo una tragedia sconvolgente.

Essere madre è qualcosa che succede dentro, non fuori. Esserlo, non solo diventarlo.

Un viaggio tra le donne della sua vita e oltre, con un marito che non vede quello che c’è da vedere e una figlia che non la ama. E poi, oh e poi.

La Audrain ha un modo di raccontare che va oltre le pagine, che senti, che fluisce, che fa quasi male.

Potrei dire molto altro di questo libro ma credo che la cosa migliore sia dirvi di leggerlo e di lasciare che l’ansia si faccia strada.

Non aspettatevi un vero e proprio thriller però, non lo è.

E voi, siete pieni di domande o di risposte?

‘La parola magica’, sì, magia.

‘La parola magica’ di Paolo Borzacchiello è un libro che può essere più di un libro. E lo dico con un velo di speranza, perchè mi piace l’idea di essermi portata a casa qualcosa con una semplice lettura.

Che poi, di base, quando leggi è sempre così; ho conosciuto serial killer, amato pagine perdute, visitato ospedali psichiatrici e fatto voli pindarici.

Stavolta potrei aver imparato come comunicare, e diciamocelo, questa cosa sarebbe fighissima. Ok, anche meno ma sono decisamente galvanizzata 🙂 intelligenza linguistica vieni a me.

In queste pagine ho conosciuto Leonard (pieno di sè, scettico, cinico, controllato e controllante, capirete, abbiate fede e no, non scrivo fede a caso ;)), Lisa, ma possiamo chiamarla Dio (sarà poi vero?), Lucifer e un certo numero di altre creature celesti di discreto fascino.

Ho mangiato anacardi, fumato sigari e assimilato parole che si stanno facendo strada dentro di me. Non so ancora dove arriveranno, quale cervello permeeranno e che cosa ne sarà di me ma devo ammettere che gli spunti di riflessione sono stati molteplici e la cosa è sempre molto eccitante.

Perchè leggo per imparare, viaggiare, conoscere, sognare e sì, migliorare.
E io, maniaca del controllo, in questo libro mi ci sono ritrovata e persa, tutto insieme.

Impossibile dite? Oh no, niente è impossibile, provare per credere.

Paolo Borzacchiello ha un modo accattivante e originale di raccontare una storia piacevole, intrigante e decisamente stimolante.

Scritto in prima persona ti catapulta in una Londra affascinante e piena di vita. Durerà? Meritiamo l’estinzione? Dio, Lisa, cosa deciderà di fare di noi umani? Siamo veramente in pericolo o è tutto uno scherzo?

Un romanzo fuori dal comune, con un quid in più, la possibilità di imparare.

La comunicazione è alla base di ogni relazione, saperla gestire per non esserne gestiti credo sia il desiderio di molti. Uno dei miei sicuro.

Quindi sì, consiglio questa lettura a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco.

E voi, credete nell’abracadabra?

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